Sono giornate fredde, l’inverno è arrivato senza far rumore, ma dimostra la sua irruenza attraverso il desiderio di stare sotto le coperte. Quel tepore che non è solo un desiderio ma anche una particolare esigenza di gioia nel trascorrere momenti pensando al futuro. Lo facevamo da ragazzi e continuiamo a farlo ancora oggi da adulti ultrà, l’ultrà sta per oltre, cioè l’età della vecchiaia. Sfidando quel sottile freddo che penetra nelle ossa che hanno sofferto giornate brutte e gioito per quelle belle, il desiderio intenso di scrivere qualcosa che ricorda il passato. Eravamo giovani allora con un mare infinito di fronte che invitava ad andare oltre i confini, alcuni ci sono riusciti, altri, purtroppo, no. Senza utilizzare il computer, ma ritornando all’antico con carta e penna, scrivo ciò che il cuore suggerisce e i fogli scorrono senza sosta. Ciò che alimenta questo fortissimo amore nello scrivere dipende dalla musica, o meglio dire dalle canzoni dei gruppi, i cosiddetti complessi, che negli anni ‘60/70/80 spopolavano in Italia e nel mondo. Quanti ricordi, che grande nostalgia! Erano gli anni che volevamo imitare gli stessi gruppi che andavano per la maggiore, che conquistavano i primi posti alla hit parade, la classifica delle canzoni più ascoltate che ogni settimana si modificava. Si aspettava il venerdì per aggiornarsi e si restava pietrificati davanti la radiolina per ascoltare: “seduto a quel caffè io non pensavo che a te – giornale radio ieri 29 settembre – guardavo il mondo che girava intorno a me”, canzone Equipe 84, una meraviglia per testo e musica. Musicalmente lenti per il ballo della mattonella, finalmente, si potevano posare le mani sui fianchi della propria ragazza in modo innocente. Una melodia che ancora oggi risulta tra le migliori prodotte, che hanno resi felici milioni di giovani che oggi possono solo riascoltare e lasciarsi andare alle stesse sensazioni di un tempo che diventano emozioni pure perché non si può tornare indietro. Chi non ricorda il complesso “I Camaleonti” con l’Ora dell’amore a Canzonissima del 1970. “Da molto tempo questa stanza ha le persiane chiuse. Non entra più luce qui dentro il sole è uno straniero”, motivetti semplici ma ricchi di poesia, la musica non era strimpellata o rappata, era dolce e penetrava nel cuore. Quanti amori sono sbocciati, non si pensava affatto al divorzio ma di mettere su famiglia. "E la speranza che sentivo nascere in me", ancora una frase simbolo dei New Trolls a Discoring del 1978. Un fiume di ricordi si stagliano uno dopo l’altro, la musica ne scandisce i ritmi del mondo che è stato, il nostro mondo, che non ritornerà più e che le nuove generazioni non avranno mai il piacere di vivere. Non è solo nostalgia ciò che accompagna questo pezzo, ma è la storia di tutto noi, gruppi completi che hanno dato un’impronta tangibile alla società del tempo. Come dimenticare i Nomadi con: “Io un giorno crescerò e nel cielo della vita volerò. Ma un bimbo che ne sa ancora non può essere l’età. Poi una notte di settembre mi svegliai il vento sulla pelle sul mio corpo il chiarore delle stelle”. Che poesia, sono versi di “Io vagabondo”, e poi “I Cugini di Campagna” nel 1974 cantavano: “Andavo a piedi nudi nella strada mi vide come un ombra mi seguì, con il viso in alto di chi il mondo sfida e tieni i piedi di un uomo con un sì”, la mitica “Anima mia” che non conosce tramonto, qualche anno fa ho avuto il piacere di intervistare il gruppo al Corsini ristorante di San Demetrio Corone ritornati in Calabria per un concerto. “Sul tuo seno da rubare io non gioco più” cantavano gli Homo Sapiens al XXVII Festival della Canzone Italiana. I Dik Dik nel 1975 “Ho spento già la luce son rimasto solo io e mi sento il mal di mare. Il bicchiere però è mio cameriere lascia andare camminare io so. L’aria fredda sai mi sveglierà oppure dormirò, guardo lassù la notte quando spazio intorno a me sono solo nella strada”, canzoni vere sia nel ritmo che nei testi intramontabili. E potrei continuare ancora e ancora, sono tanti i gruppi che hanno fatto epoca, qualcuno di questi resiste e si presenta in alcune trasmissioni tv sfidando il tempo, mentre altri per i milioni di dischi venduti fanno ancora delle tournee rendendo magica la serata, accolti tra gli applausi dei nostalgici che conoscono a memoria le canzoni e cantano assieme a chi ha reso indimenticabile un’epoca contribuendo a rendere migliore la società. Pantaloni svasati, capelloni, abiti sgargianti, la capacità di attirare su di sé l'interesse, la simpatia o l'attenzione altrui, grazie a qualità fisiche, intellettuali o a caratteristiche che allettano, fascino e bellezza sempre e comunque, lo spettacolo era assicurato. I classici dei Camaleonti degli anni ’60 e poi chiudiamo con I Giganti con la spettacolare canzone “Tema”: “Un giorno qualcuno ti chiederà…amor amor amore…apre il tema Sergio”. Si riconoscono alle prime note e la fantasia spazia nel tempo come si riavvolgesse il nastro della nostra vita, proprio per questo è indispensabile riascoltarli nei momenti più grigi del presente, per riprendere coraggio, per rifare energia alla nostra forza che si appanna per l’età, alla mente che non finisce mai di sognare, di meditare, di pensare ad altri momenti fulgenti. Oggi i ritmi sono cambiati, è preferibile guardare un videoclip abbinato alla canzone, per memorizzare un testo che lascia a desiderare. Non vuol dire che tutto ciò che è passato è cosa buona e giusta e neppure che il presente à da bittare via, ma ciò che cambia è l’atmosfera, il gusto di inserire cento lire in un jukebox e scegliere il brano più vicino a noi per sentimenti provati. Un chiaro esempio è Samba pa ti di Carlos Santana, che vuol dire "Samba per te", è una "love song" di una raffinatezza unica. Già dalle prime note della chitarra iniziava un lento da favola. Nessuno pensava o immaginava che arrivasse l’era dei computer e dei telefonini, ma neppure della IA (intelligenza artificiale) che riscriverà quel mondo parallelo annunciato nel film Matrix, le macchine prenderanno il sopravvento sugli uomini divenendone da padroni a schiavi. Se il passato sembra un Jurassic Park, non resta che prendere sonno con le cuffiette per ascoltare “Pensiero” dei Pooh conosciuta da tutte le generazioni compresa quella di oggi.
Ermanno Arcuri

