Giuseppe Serembe, noto in albanese come Zef Serembe (San Cosmo Albanese, 6 marzo 1844 – San Paolo del Brasile 1901), è stato un poeta italiano di etnia arbëreshe.
Il giovane Giuseppe studiò presso il Collegio Sant'Adriano a San Demetrio Corone, dove ebbe come maestro lo scrittore Girolamo De Rada, con cui strinse una profonda amicizia.
Nel 1874 salpò verso il Brasile.
Diversi suoi componimenti furono raccolti e pubblicati dal nipote Cosmo nel 1926, col titolo Vjershë...
Sono invece perduti gli scritti Storia dell'Albania e la traduzione dei Salmi.
In occasione dell'80º anniversario dalla sua morte, il Comune di San Cosmo Albanese lo ha ricordato con una targa posta presso la sua abitazione, dedicandogli inoltre una strada. La Biblioteca nazionale d'Albania ha accolto almeno due mostre a lui dedicate: la prima nel 2021 per commemorare il 120º anniversario dalla sua morte e la seconda nel 2024 per celebrare il 180º anniversario dalla sua nascita.
Fra gli studiosi più conosciuti ed autorevoli del Serembe c'è il prof. Vincenzo Belmonte, che ha curato molti libri e ha scritto dei saggi sul poeta.
Anche lo storico Domenico Cassiano si è interessato del poeta sancosmitano, evidenziando nell'introduzione del libro Poeti i Stigharit le poche notizie che si hanno sul Poeta, sulla sua vita e sulle sue opere ...
"A dominare i suoi versi - scrive nella sua letteratura albanese il Prof. Giuseppe Gradilone - è la sua inquietudine che lo porta a viaggiare per il mondo intero (Italia, Francia, America, Brasile).
La sua poesia è un percorso di sogni, un insieme di gioie e dolori in un contesto di dominante inquietudine. E anche poesia d’occasione che si associa ai soggetti che suscitano emozioni.
Poeta lirico, all’interno dei suoi canti spunta una concezione pessimistica del mondo, che si manifesta attraverso il suo estro poetico straripante ed improvvisatore".
La sua vocazione lirica e contemplativa è comune, per certi aspetti, al sommo poeta di Recanati: Leopardi.
Mirambel nella Encyclopedie de la Pléiade definisce Serembe:
"un poète personnel et lyrique au témperement romantique".
Indistruttibile il suo desiderio d'amore. L'amore per il Serembe è il motivo costante della sua vita.
"Ti me mua ni vashes eja / se të dua si vet heja / Bashkë e shkomi te ki dhe / si ndë lyp si ndë hare / Rrimi bashkë ndë djaljjeri / rrimi bashke ndë pjakëri".
"Tu con me, o fanciulla, vieni / che ti amo come la mia anima / insieme viviamo in questo mondo / sia nel dolore sia nella gioia / Insieme siamo in giovinezza / Insieme stiamo in vecchiaia”.
"È la sfida di San Cosmo Albanese - afferma il prof. Giuseppe Schirò nei suoi studi letterari - ed è senza dubbio fra i poeti più sinceri di cui si possa vantarsi la letteratura albanese. Passionale, triste solitario erra per il mondo; non ha pace e la pace stessa par che paventi.
La bonaccia della sua anima e del suo cuore, scossa talvolta da rapide ire e illuminata da sprazzi di fatua gioia, non è che desolata tristezza pervasa dal ricordo d’un perduto amor.
Viaggia e porta con sé i suoi sogni, perdendo a volte i manoscritti e le sue opere che egli andava man mano componendo".
Bastano poche poesie per assicurare al Serembe fama imperitura, tanto profonda è in esse la forma della sua tristezza e del suo temperamento. La sua anima vibra fra le delusioni della vita vissuta e l'attesa di una gioia che non appare mai.
Per Schirò “la lingua arbëreshe utilizzata dal poeta Serembe è pura e rispecchia la più schietta e antica tradizione”. E aggiunge che “la bellezza delle poesie del Serembe non può essere resa in nessuna traduzione: tale è la fusione della melodia con l’elemento poetico”.
Quasi a smentire il pessimismo di Schirò circa la traducibilità dei versi serembiani, il poeta e scrittore contemporaneo Ettore Marino si è cimentato in merito, riuscendoci, a nostro giudizio, egregiamente. Ha infatti proposto alcune versioni italiane dal poeta e scrittore Serembe in "Un quadrifoglio, verde tra le spine. Traduzioni da poeti italoalbanesi", Rubbettino editore, 2022. Alle pagine 71-72 del citato volume, riferendosi all'opera del Nostro, scrive: "Lucenti, aguzze, e, insieme, cordiali e fraterne le poche schegge giunte a noi di una produzione che pare fosse varia e vasta fino alla maestosità.
… Insuperato fabbro di sonetti, e maestro comunque negli altri generi in cui si produsse, fu forte e pura voce di sé e di sua gente." E con le sue parole chiudo il mio articolo.
Gennaro De Cicco

